Dunque, siamo arrivati a un punto di svolta. Al momento in cui, tanto sul tavolo governo-sindacati quanto su quello dei partiti, sono state messe finalmente in discussione le logore regole del gioco che tengono inchiodato il Paese alla sua arretratezza economica, istituzionale e politica. Ovviamente, c’è chi grida alla sovversione e all’inciucio, ma è anche per neutralizzare costoro – conservatori di tutte le specie, corporative, sindacali e politiche - che bisogna innovare il sistema e dare respiro al Paese. Il Governo Monti ha il merito di avere ripreso in mano dossier che per anni erano rimasti negli scaffali ad impolverarsi, in attesa di essere aperti, ma i suoi ministri hanno il demerito – che comincia a diventare insopportabile – di affrontare questioni rilevanti, come il rapporto tra le generazioni o gli stili di vita, con l’incontinente verbosità dei frequentatori di osterie. E’ bene che si diano una calmata, se non vogliono che la navigazione del Governo finisca su uno scoglio del Giglio. Nuove regole del gioco quindi, perchè il Paese è davvero in condizioni di allarme rosso. La decadenza, molto avanzata, è tutta nelle statistiche economiche e negli orientamenti di un’opinione pubblica smarrita. Negli ultimi vent’anni, l’Italia ha perso posizioni di prima fila nei settori produttivi dell’automobile, della cantieristica navale, dell’aerospazio, degli elettrodomestici, della microelettronica, della siderurgia, della chimica, della trasportistica di containers… Abbiamo perso quote rilevanti sul mercato degli scambi internazionali e abbiamo assistito a un ingente processo di delocalizzazione delle nostre imprese nell’est europeo, nel far east asiatico e in America latina. Tutto questo mentre la penisola veniva raggiunta da una ondata migratoria senza precedenti, che comporta problemi rilevanti di integrazione, e mentre la politica accumulava il terzo debito pubblico del mondo e si avvitava in una autoreferenzialità diventata ormai intollerabile. Che altro serve per capire che la nostra crisi è mortale e irrecuperabile per molti decenni se non mettiamo subito un argine al declino e non invertiamo la dinamica, nel giro di pochi mesi?

Io non so se l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sia una tutela non negoziabile o, come sostiene Monti, un freno agli investimenti produttivi. Leggo opinioni contrastanti, anche nel nostro campo, e cerco di non essere sbrigativo sulle pelle di lavoratori e famiglie che attraversano la crisi con un carico di apprensione senza precedenti. Tuttavia, un paio di convinzioni me le sono fatte. Sul tema particolare, mi sembra sostenibile la posizione cislina della “robusta manutenzione”, che respinge l’abrogazione della tutela ma la riserva solo per “la discriminazione e l’abuso nei confronti di persone”. E, sul piano generale, ho trovato non convincenti le categorie interpretative della crisi che Susanna Camusso ha impugnato nel suo scambio epistolare della scorsa settimana con Eugenio Scalfari. Che la precarietà indotta da oltre 40 contratti di lavoro atipico sia una condizione mortificante da superare è fuori discussione   e che la disoccupazione giovanile, salita ormai al 31%, sia un’emergenza nazionale non ci sono dubbi. Da lì bisogna partire per riformare il mercato del lavoro e per dare una maggiore certezza di futuro ai nostri figli. Ma non è vero, come sostiene la leader della Cgil, che la precarietà è la causa della crisi del sistema Italia, per cui risolto quella risolto il problema, visto che ”la produttività del nostro Paese decresce al crescere della precarietà”. La precarietà disumana del lavoro in Cina e negli altri Paesi emergenti non ha impedito, al contrario ha favorito, l’accelerazione di uno sviluppo a due cifre annue. Va detto, semmai, che abbiamo assistito all’illusione che il ricorso alla precarietà potesse essere anche la soluzione nazionale per reggere la sfida dei mercati globali. Questo sì, ma le cause della nostra crisi, aggravata dal debito pubblico e dall’ignavia della politica, stanno altrove: nella combinazione della globalizzazione che ha fatto cadere le barriere doganali e dell’emersione di nuovi soggetti nazionali che forniscono ai mercati prodotti, anche di alta tecnologia, a costi molto più bassi dei nostri. Qui si apre la sfida che anche la Cgil deve raccogliere e dentro cui si colloca la stessa questione del mercato del lavoro: quella di un grande processo di riconversione dell’apparato produttivo italiano, in cui le nostre aziende siano rimesse in condizione di reggere la sfida dei mercati e di tornare a produrre ricchezza. E’ questa la priorità delle priorità. Perchè non c’è redistribuzione della ricchezza se non c’è produzione di ricchezza. E non c’è produzione di ricchezza se non c’è impresa. Non è questo forse il grande salto culturale che la sinistra storica italiana è chiamata a fare, senza se e senza ma, in attesa di trovare una strada di superamento del capitalismo, più accettabile dei modelli drammatici sperimentati nel Novecento?