Dunque, siamo arrivati a un punto di svolta. Al momento in cui, tanto sul tavolo governo-sindacati quanto su quello dei partiti, sono state messe finalmente in discussione le logore regole del gioco che tengono inchiodato il Paese alla sua arretratezza economica, istituzionale e politica. Ovviamente, c’è chi grida alla sovversione e all’inciucio, ma è anche per neutralizzare costoro – conservatori di tutte le specie, corporative, sindacali e politiche - che bisogna innovare il sistema e dare respiro al Paese. Il Governo Monti ha il merito di avere ripreso in mano dossier che per anni erano rimasti negli scaffali ad impolverarsi, in attesa di essere aperti, ma i suoi ministri hanno il demerito – che comincia a diventare insopportabile – di affrontare questioni rilevanti, come il rapporto tra le generazioni o gli stili di vita, con l’incontinente verbosità dei frequentatori di osterie. E’ bene che si diano una calmata, se non vogliono che la navigazione del Governo finisca su uno scoglio del Giglio. Nuove regole del gioco quindi, perchè il Paese è davvero in condizioni di allarme rosso. La decadenza, molto avanzata, è tutta nelle statistiche economiche e negli orientamenti di un’opinione pubblica smarrita. Negli ultimi vent’anni, l’Italia ha perso posizioni di prima fila nei settori produttivi dell’automobile, della cantieristica navale, dell’aerospazio, degli elettrodomestici, della microelettronica, della siderurgia, della chimica, della trasportistica di containers… Abbiamo perso quote rilevanti sul mercato degli scambi internazionali e abbiamo assistito a un ingente processo di delocalizzazione delle nostre imprese nell’est europeo, nel far east asiatico e in America latina. Tutto questo mentre la penisola veniva raggiunta da una ondata migratoria senza precedenti, che comporta problemi rilevanti di integrazione, e mentre la politica accumulava il terzo debito pubblico del mondo e si avvitava in una autoreferenzialità diventata ormai intollerabile. Che altro serve per capire che la nostra crisi è mortale e irrecuperabile per molti decenni se non mettiamo subito un argine al declino e non invertiamo la dinamica, nel giro di pochi mesi?
Io non so se l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sia una tutela non negoziabile o, come sostiene Monti, un freno agli investimenti produttivi. Leggo opinioni contrastanti, anche nel nostro campo, e cerco di non essere sbrigativo sulle pelle di lavoratori e famiglie che attraversano la crisi con un carico di apprensione senza precedenti. Tuttavia, un paio di convinzioni me le sono fatte. Sul tema particolare, mi sembra sostenibile la posizione cislina della “robusta manutenzione”, che respinge l’abrogazione della tutela ma la riserva solo per “la discriminazione e l’abuso nei confronti di persone”. E, sul piano generale, ho trovato non convincenti le categorie interpretative della crisi che Susanna Camusso ha impugnato nel suo scambio epistolare della scorsa settimana con Eugenio Scalfari. Che la precarietà indotta da oltre 40 contratti di lavoro atipico sia una condizione mortificante da superare è fuori discussione e che la disoccupazione giovanile, salita ormai al 31%, sia un’emergenza nazionale non ci sono dubbi. Da lì bisogna partire per riformare il mercato del lavoro e per dare una maggiore certezza di futuro ai nostri figli. Ma non è vero, come sostiene la leader della Cgil, che la precarietà è la causa della crisi del sistema Italia, per cui risolto quella risolto il problema, visto che ”la produttività del nostro Paese decresce al crescere della precarietà”. La precarietà disumana del lavoro in Cina e negli altri Paesi emergenti non ha impedito, al contrario ha favorito, l’accelerazione di uno sviluppo a due cifre annue. Va detto, semmai, che abbiamo assistito all’illusione che il ricorso alla precarietà potesse essere anche la soluzione nazionale per reggere la sfida dei mercati globali. Questo sì, ma le cause della nostra crisi, aggravata dal debito pubblico e dall’ignavia della politica, stanno altrove: nella combinazione della globalizzazione che ha fatto cadere le barriere doganali e dell’emersione di nuovi soggetti nazionali che forniscono ai mercati prodotti, anche di alta tecnologia, a costi molto più bassi dei nostri. Qui si apre la sfida che anche la Cgil deve raccogliere e dentro cui si colloca la stessa questione del mercato del lavoro: quella di un grande processo di riconversione dell’apparato produttivo italiano, in cui le nostre aziende siano rimesse in condizione di reggere la sfida dei mercati e di tornare a produrre ricchezza. E’ questa la priorità delle priorità. Perchè non c’è redistribuzione della ricchezza se non c’è produzione di ricchezza. E non c’è produzione di ricchezza se non c’è impresa. Non è questo forse il grande salto culturale che la sinistra storica italiana è chiamata a fare, senza se e senza ma, in attesa di trovare una strada di superamento del capitalismo, più accettabile dei modelli drammatici sperimentati nel Novecento?

13 commenti
Filippo Filippini scrive:
feb 8, 2012
C’è un metodo, inventato in Europa, che funziona da secoli e che ha fatto fare all’umanità balzi da gigante e progressi in tutti i campi: si chiama metodo scientifico, condensato da Popper nel principio di falsificabilità: le proposizioni, i progetti, gli intenti vanno messi alla prova,e gli errori possibili vanno corretti con procedimento iterativo, dopo che hanno mostrato il buono ed il cattivo che possono dare.
Non è più tempo di dogmi. Bisogna avere il coraggio di mettere alla prova dei fatti le proprie idee.
Fuori dalle dichiarazioni di principio: sono per la riforma Ichino (nel suo impianto generale) e conoscendola sento le eco di questa riforma ritornarmi nelle dichiarazioni di Monti e Fornero. Credo che quello che uscirà avrò anche l’apposto del premier e della Ministro, in una sintesi originale che va oltre le proposte del senatore PD.
Temo, purtroppo, e lo dico con sincerità, che l’apporto del sindacato in termini di idee sarà nullo o quasi, la Camusso sta giocando a canasta con tutte le carte in mano ed è afasica.
Riguardo alle esternazioni di premier e ministri (valutando anche i sondaggi con gradimento in crescita) siamo sicuri che non ci sia del metodo in questa follia?
Il paese è anagraficamente sbilanciato (età media 45 anni) e dopo aver spazzolato i pensionati o pensionandi qualche ramanzina ai giovani potrebbe far parte di una strategia, conscia o meno, per ingraziarsi i meno giovani.
Anche perché una riforma che va incontro ai giovani incontra la (cieca) ostilità di molti di essi. Non dico sfigati perché non lo penso, forse spaesati.
Mario Oliari scrive:
feb 8, 2012
Se coloro che appartengono alla “sinistra storica” non hanno ancora capito quanto ha espresso correttamente l’ On. Ferrari vuol dire che sono proprio , con tutto il rispetto, degli “zucconi”.
Lo hanno capito, appunto, anche i cinesi! Anche se solo in termini economicistici!
Ed è inutile aspettare “il sole dell’avvenire”! Il capitalismo e le logiche del mercato non possono essere completamente superate ma possono essere rese gradualmente più umane e giuste. Per questo servono a poco le ideologie mentre è necessario riferirsi ai valori espressi dalla nostra “Carta costituzionale” e dalla Dottrina Sociale della Chiesa.
Purtroppo i mass-media più aperti ai problemi del lavoro (Piazzapulita, Otto e mezzo, Che tempo che fa ecc. ecc. ) danno risalto quasi unicamente a Landini e Cremaschi e non a quei Sindacalisti che hanno contribuito a salvare Pomigliano, Mirafiori e che hanno scelto la via del dialogo e della partecipazione.
Detto questo mi auguro che la ritrovata unità sindacale resista fino in fondo alla trattativa con il Governo e ciò credo sarà possibile se si guarderà al merito dei problemi e non agli slogan.
Cordialità.
Mario Oliari – Salò
F.Saviola scrive:
feb 8, 2012
Mi limito a citare quello che per me è il nocciolo più interessante e annoso di questo, come al solito, bellissima lettera dell’On. Ferrari: “…Qui si apre la sfida che anche la Cgil deve raccogliere e dentro cui si colloca la stessa questione del mercato del lavoro: quella di un grande processo di riconversione dell’apparato produttivo italiano”.
La sfida economica mondiale del paese è tutta qui: con tutte le esternalità positive non solo in produttività ma anche nella creazione di posti di lavoro “high-skilled”, che possano mettere fine al sottoinquadramento dei giovani laureati, alla loro (nostra) fuga all’estero.
Voglio rimanere in Italia, per contribuire alla ricostruzione.
Grazie sig. Ferrari,
buona serata.
andrea bianconi scrive:
feb 8, 2012
Io non vedo il problema: cinque minuti dopo che il governo avrà dimostrato di sapersi far valere con banche corporations e frequenze televisive, con l’articolo 18 fa quello che gli pare e tutti muti e rassegnati.
Dopodichè, se va ad incidere sul serio (ma sul serio) sulle protezioni dei posti a tempo indeterminato, nel giro di sei mesi un terzo della massa di stipendi nel privato attualmente in chiaro va in nero, lo stato è obbligato a aumentare le tasse sui rimanenti, la reazione è a catena e si va al default. Quello che è successo in Grecia, sono analisi economiche che non mi sono inventato io.
Comunque vedo più verosimile una soluzione all’italiana, in cui l’articolo 18 si tocca ma solo di facciata, e si spera che passi la nottata, in fondo del doman non c’è certezza. Le banche che tengono in piedi Monti hanno tutto l’interesse che i loro clienti restino in buona salute e con stipendi più garantiti possibile.
Relativamente alle dichiarazioni nel miglior stile Maria Antonietta, tra gli attuali ministri ci sono due classi ben distinte: quelli abituati a rendere conto alle assemblee degli azionisti (vedi Passera) che evidentemente hanno imparato da Hemingway che una parola di troppo guasta una pagina intera. E poi ci sono i professori universitari. E non aggiungo altro.
Sono dichiarazioni che hanno un metodo? Speriamo di no. Però un ottimo obiettivo potrebbe essere ricompattare l’elettorato di destra e parte di quello di sinistra attorno ad un convincente partito post-berlusconiano, e spaccare il PD in due.
Filippo Filippini scrive:
feb 9, 2012
Andrea, Monti+Fornero non mi sembrano tipo da “soluzioni di facciata”. Passera magari ha la dote della mediazione (che considero generalmente un pregio, stavolta chissà). No way: non ci sono alternative.
C’è chi preconizza altri 5 anni di Monti fino al 2018, dopo le elezioni del 2013. Siamo in una situazione eccezionale, “tecnicamente” la giudico una situazione quasi auspicabile ma politicamente è molto pericolosa e quindi propendo per il no.
Ma la politica è così debole (purtroppo) che non mi sento di escludere che dopo il voto ci possa essere una Grande Coalizione che chieda a Monti di restare fino al 2015.
Speriamo non ce ne sia bisogno.
Mauro scrive:
feb 9, 2012
Ma quanti di voi sa cosa vuol dire ” LAVORATORE-DIPENDENTE ” con gli stpendi piu’ bassi d’Europa, mi sembra che voi veniate da un altro pianeta e scaricate tutte le responsabilita’su chi lavora dimenticando chi invece deve programmare, dirigere e organizzare il paese e non i propri interessi; state incorporando il linguaggio offensivo di Monti e dei suoi ministri e sotto ministri( poi guarda caso i loro figli dove lavorano,posto fisso vicino a mamma e papa’)Mentre i figli degli altri sono sfigati….Se voi pensate di fare concorrenza alla cina pensando come condannare i nostri lavoratori e giovani (che chiedono solo l’opportunita’ di un lavoro stabile non per l’eternita’ con la possibilita’ di cambiare e per cambiare ci deve essere il lavoro.Vi ricordo che ai lavoratori dipendenti hanno tolto la contingenza, considerata la causa dei mali della nostra economia,ma da allora di crisi se ne sono susseguite a ripetizione,e mi meraviglia questa vostro atteggiamento anti operaio vi ricordo che i lavoratori dipendenti e i pensionati sono le sole categorie che pagano per intero le tasse in questo paese di furbi e di ipocriti,caro Pierangelo noi ci siamo conosciuti a Ghedi ad un incontro organizzato dalla sez.del PD, pero’ questa Tua missiva mi lascia parecchio perplesso per la distanza che vedo fra te e la Camusso ti rammento che gli altri due sindacati hanno sottoscritto con i vari governi berlusconi accordi ” vedi Patto per l’Italia ” e inconrti fatti passando dalla porta secondarie e malamente negati, che non hanno portato niente di buono ma solo indebolito il sindacato,Tu sai benissimo che la CGIL a tutti i governi chiede politiche per il lavoro-fiscali e equita’cose concrete vicine alle persone.
Pierangelo Ferrari scrive:
feb 9, 2012
Caro Mauro, capisco le ragioni del tuo sfogo e le rispetto. Ma tu sbagli quandi dici che abbiamo incorporato il linguaggio offensivo di Monti. Se rileggi quello che ho scritto vedrai che sono stato chiaro nel prenderne le distanze. E vedrai anche che io non dichiaro un disaccordo con la Camusso sulla politica sindacale della Cgil, ma solo sulla individuazione delle cause della crisi italiana. E ho denunciato l’illusione che l’Italia potesse fare concorrenza alla Cina ricorrendo alla precarizzazione del lavoro: non farmi dire il contrario di quanto ho scritto. Quanto all’articolo 18, il nostro partito si augura che si arrivi a un accordo sul mercato del lavoro condiviso da tutti i sindacati, a prescindere dalle vicende trascorse, perchè la divisione tra le tre confederazioni è stato il varco attraverso il quale sono passate, negli anni scorsi, le politiche più anti popolari. Per questo il PD sta lavorando riservatamente, in contatto quotidiano con i tre sindacati, per una soluzione positiva del confronto con il Governo, avendo ben chiaro che l’obbiettivo è quello di creare nuova occupazione, senza che per ottenerla si riducano i diritti degli occupati. Ma avremo modo di riparlarne. Per adesso, ti ringrazio della franchezza ma ti invito ad avere più fiducia nei tuoi rappresentanti e a non vedere tradimenti dappertutto. E a considerare soprattutto che il governo Monti, che sta evitando all’ Italia la fine della Grecia (150 mila licenziamenti nei prossimi tre anni, in un Paese di 11 milioni di abitanti: lì sì è un autentico massacro sociale), si regge su una maggioranza in cui noi siamo comunque, per volontà degli italiani, una minoranza. La politica, come la vita in generale, agisce nelle condizioni date. E’ in quelle condizioni che noi ci battiamo per tutelare il più possibile occupazione, salari e pensioni, non nell’astratto mondo dei desideri. A presto.
Massimo scrive:
feb 9, 2012
Chiaro è che bisogna trovare il mondo di riconvertire il sistema produttivo nazionale, altrimenti, anche senza precarietà, non si uscirà da questo stato di profonda crisi. La crisi occupazionale dei giovani è una piaga che deve essere curata. Me ne accorgo ogni giorno, vado a scuola a colloquio con i prof.delle mie figlie e molto spesso mi trovo di fronte a persone di una certa età, ormai stanchi di insegnare e giovani docenti con grandi capacità ma estremamente precari e pertanto non in grado di dare ciò che possono. Parto dalla scuola perchè è lì che costruiamo il nostro futuro. Così in molti altri ambiti. Quindi superiamo il dogma dell’art.18, la categoria dei super garantiti deve cedere qualcosa in favore dei giovani che lavorano privati di ogni garanzia e pertanto senza prospettive certe. La riforma Ichino è un ottimo punto di partenza per superare queste disparità di trattamento favorendo la ristrutturazione del sistema produttivo.
andrea bianconi scrive:
feb 9, 2012
Per Filippo Filippini: Mi sono domandato che cosa deve aver pensato Napolitano nelle 24 ore prima di avviare l’operazione Monti. Immagino che abbia messo assieme l’intenzione di molti parlamentari di tirare avanti la legislatura ad ogni costo, e la evidente impotenza di Bersani nell’organizzare un cartello elettorale in grado di gestire la crisi una volta vinte eventuali elezioni. Cosa sarà cambiato in tutto questo nel 2013? Io non ho la sfera di cristallo, un dieci percento in più o meno ad un gruppo o all’altro, con le incongite dei premi elettorali e delle maggioranze regionali al senato, può mettere una coalizione nell’obbligo di governare o creare uno stallo. Che io personalmente non ami il governo Monti si sarà capito, ma esiste anche i concetto di male minore. Almeno, delle porcherie di Monti metà della responsabilità se la prende SB.
All’onorevole Ferrari vorrei far notare che l’intervento di Mauro è la conferma di quanto ho scritto: il governo Monti spaccherà il PD in due, se insiste (Monti) sulla strada che ha preso.
Avendo fatto il precario fino a 35 anni, ed avendo avuto uno stipendio ben blindato dai 36 in poi, posso capire EMOTIVAMENTE le motivazioni sia dei contrari al sistema di protezioni sul lavoro dipendente sia degli altri. So perfettamente come ragionavo quando mi vedevo davanti gente più scarsa di me ma blindata in quei posti a cui aspiravo anch’io. Così come so che le leggi della natura prevedono che a sessant’anni si venga sopraffatti dai più giovani. Però le leggi della natura non sono e non devono diventare le leggi della civiltà. Se un partito di sinistra sposa il punto di vista della libera concorrenza tra sessantenni e trentenni, è finito (soprattutto in una società in cui l’età media dell’elettorato è superiore ai quarant’anni).
Personalmente, non credo che toccare l’articolo 18 serva a niente. Si dice che dovrebbe attrarre grandi investimenti, ma in Grecia lo stipendio (lordo) era di 800 euro, e non investiva niente nessuno. Certo, adesso con i prestiti dell’UE gli investimenti arriveranno, dato che quei soldi sono già tutti prenotati da aziende tedesche etc.
In pratica, i ricchi d’Europa prestano quei soldi ai Greci per regalarli a sè stessi. Applichiamo in Europa i sistemi che abbiamo brillantemente sperimentato per anni coi paesi africani.
Bettino Patti scrive:
feb 10, 2012
Nei paesi sviluppati l’ aumento a dismisura della precarietà è il sintomo più evidente della profondissima crisi che attraversano le loro economie e, nello stesso tempo, concausa dell’ aggravamento della medesima. Il confronto con la Cina non è proponibile, trattandosi di una situazione completamente diversa.
Che ci sia bisogno di una radicale riconversione dell’ apparato produttivo dell’ Italia è fuor di dubbio. Ma per andare in questa direzione sono necessari cospicui investimenti in formazione, ricerca ed innovazione(soprattutto di prodotto)di cui non si vede traccia. Anche per questo, oltre che per ridurre il debito, è necessaria una patrimoniale “pesante” riproposta(per una raccolta di 300 miliardi in tre anni) nei giorni scorsi da Mario Sarcinelli, banchiere probo e competente. In tal modo, detassando stipendi e pensioni, si creerebbero le condizioni per un’ almeno parziale redistribuzione del reddito in grado di far ripartire i consumi, stimolando la crescita e reintroducendo un minimo di equità. Questi dovrebbero essere gli obiettivi di un partito appena appena un po’ riformista. Perchè il PD, compreso il suo gruppo parlamentare, dopo averne parlato a lungo, ora tace su tutto ciò?
E veniamo al governo Monti. La sua politica, purtroppo, segue alla lettera i dettami della “troika”, sanciti dall’ accordo sul “fiscal compact” e cioè: tagli, tagli e ancora tagli. La miopia ultrarigorista ed iperliberista in salsa tedesca ha imposto alla Grecia una cura che la sta mandando in rovina. Ha fatto bene il gruppo del PSE a presentare al Parlamento europeo un documento in cui si chiede un deciso cambio di rotta.
Infine l’ art. 18. Sono più di 10 anni che la destra italiana ne ha fatto una bandiera ideologica. Si è cercato di far passare l’ idea che costituisca un ostacolo decisivo per lo sviluppo della nostra economia. De Benedetti, presidente del gruppo Espresso, ha ricordato l’ altro ieri sul “Sole 24 Ore” che l’ art. 18 tutela il singolo lavoratore da forme di discriminazione, aggiungendo:”La mobilità in uscita c’è già, che cosa vogliamo?”. Il candidato alla Presidenza di Confindustria Squinzi ha detto che non gli interessa l’ abolizione dell’ art.18, mentre il presidente di Rete Imprese Italia(14 milioni di addetti) Venturi,dopo un incontro con la Fornero, ha confermato il suo no a modifiche dell’ assetto attuale in materia.
Su un altro versante, si apprende che tra i 1845 lavoratori riassunti finora dalla Fiat a Pomigliano non c’è neanche un iscritto alla FIOM(di cui peraltro non condivido sempre le posizioni). Non è discriminazione questa?
Credo che occorra pensarci bene prima di abolire uno strumento che tutela uno dei principi fondamentali della Costituzione.
Clemente Facchini scrive:
feb 10, 2012
Che questo Paese debba essere ricostruito dalle macerie economiche, culturali, scientifiche, organizzative, morali, ecc., dove l’ha precipitato una classe dirigente politica irresponsabile, incapace e ingorda, pare non vi siano dubbi per nessuno.
Che si possa rivedere l’art. 18, mantenendo però i diritti della persona e del lavoratore scritti nella Costituzione, penso si possa anche fare.
Ma se si pensa davvero che il problema di questo Paese sia l’art. 18, o non si è in buona fede o si è fuori di testa.
Il funzionamento sello Stato (e i relativi servizi pubblici) in questo Paese si è retta fino ad oggi quasi esclusivamente sulle imposte a carico del lavoro dipendente.
Non sulla evasione fiscale, sulla corruzione, sulla concussione, sulla delinquenza, sulla mafia, tutte classifiche nelle quali l’Italia primeggia fra i paesi occidentali.
E adesso cosa vogliamo fare? Affamare lavoratori, i disoccupati, i pensionati?
Quale norma è stata fatta contro i ladri? Quale attacco alle banche svizzere o di altri paesi dove giace la ricchezza italiana esentasse (Obama lo sta facendo)? Quale “equa” riforma fiscale?
Perfino il Sole 24 Ore ha proposto, subito dopo la caduta del Governo Berlusconi, norme antibaratro sul tenore di quelle citate da Bettino Patti. Perchè non si fanno?
Da dove vogliamo partire per ricostruire il Paese? Da un accordo con Silvio Berlusconi? Per favore….
Fino a prova contraria ho stima di Monti (forse perchè non ne posso più di politicanti arroganti ), ma sto ancora aspettando il coraggio di una norma equa. Almeno una. Spero che anche lui non sia servo della ricchezza, come purtroppo se ne vedono tanti nei palazzi della politica.
andrea bianconi scrive:
feb 11, 2012
Noto che diversi interventi parlano di riconversione. Che immagino significhi puntare su un più alto livello tecnologico o culturale, ma con quale personale?
Sono decenni che ogni governo aumenta le tasse sulla benzina e taglia sulla pubblica istruzione. Che tanto da qui a dieci anni non rende. Sono stato ferocemente contrario al nucleare: Una delle tre principali ragioni è che ci sarebbero occorse alcune migliaia di operatori che non abbiamo e non saremmo stati in grado di formare in tempi brevi. Li avremmo importati dalla Francia o dalla Slovacchia, e questo toccherà fare comunque, nei settori ad alta tecnologia, non siamo autosufficienti.
Tutta Italia ha riso sulla Gelmini che sognava neutrinodotti, ma in pochi hanno riso sulla teoria che un maestro solo insegna meglio che tre. E’ più assurda dell’idea del neutrinodotto, ma non si sono visti i blog pieni di barzellette. Mentre sulla riforma che consente alle università di assumere personale docente senza più dover sbrigare l’incombenza del concorso il primo ad applaudire è stato Monti. Saranno stati il 10 percento, i concorsi universitari che non finivano “come dovevano”, ma evidentemente quel 10 percento di meritocrazia era più di quanto il sistema potesse permettersi.
In un commento su questo blog vedo che si suggerisce di sostituiree gli insegnanti vecchi e demotivati con quelli giovani e entusiasti. Che non so quanto resterebbero entusiasti, vista la prospettiva di ritrovarsi per strada a 50 o 60 anni con la conoscenza del latino come unica qualifica professionale. Dopo che anni di stipendi da basso impiego non gli hanno consentito di mettersi da parte una gran riserva.
Mi verrebbero anche dei commenti aspri, se non fosse che sono convinto che mezza Italia ragioni nello stesso modo, considerando i docenti come parassiti di quella parte del paese che “veramente produce”.
Molti insegnanti sono persone mediocri. Sono oltre un milione, e con gli stipendi che passa il convento non si capisce come potrebbero essere tutti Maria Montessori. E quindi c’è la maestra che crede ai Tarocchi e alle fatture, l’universitario con l’abbonamento allo stadio, il vecchio arteriosclerotico. Insomma, tutta umanità oscena nella sua ordinarietà, niente Platone, niente Aristotele. E quando un mediocre ti pianta un quattro sulla pagella del figlio, immagino che sia facile simpatizzare con chi promette di rimettere tutti in riga.
E’ la vera eredità tragica del duo Bossi-Berlusconi: aver convinto l’Italia che i problemi complicati da qualche parte hanno soluzioni semplici, che c’è in giro un colpevole e se lo togli di mezzo hai risolto il problema: il clandestino, lo statale parassita, l’evasore, il docente ignorante, il politico politicante. Adesso ci si è aggiunto anche il “lavoratore protetto”, manco fosse raccomandato da Tano Badalamenti.
Io inviterei a tenere i piedi per terra, e nel caso dei docenti vecchi e demotivati, a cercare di capire che cosa li ha resi demotivati (la vecchiaia, quella putroppo arriva comunque, anche se sei un gran figo).
Antonio Mastropierro scrive:
feb 11, 2012
Al di là delle analisi di parte, relativamente al problema precarietà del lavoro, vista come panacea per le imprese e come fumo pernicioso per i lavoratori, occorre studiare bene la situazione produttiva in Italia, ma soprattutto la capacità del sistema imprese-lavoratori di rispondere alle sfide del mercato mondiale. Mi ricordo che sono diversi decenni che si cerca di rendere flessibile il mercato del lavoro al fine di reggere la concorrenza da parte delle imprese, ma con tanti tentativi si è arrivati alla situazione attuale. Evidentemente il problema fondamentale non è rendere più precario il lavoro per favorire la crescita delle imprese, anche se in alcuni casi sarebbe opportuno una maggiore flessibilità. Di certo non sarebbe un progresso rendere i lavoratori italiani come quelli cinesi, visto che si parla di distribuire la ricchezza prodotta dal paese e visti i decenni di lotte sindacali, per cui le strade da percorrere sono altre. Si dovrebbero rendere meno rigidi i termini dello statuto dei lavoratori nell’ottica temporale di una situazione di emergenza economica, ma successivamente ritornare ad una stabilità, in cui i lavoratori possano essere retribuiti in base al proprio lavoro ed ai meriti. Converrebbe integrare maggiormente il sistema di istruzione tecnica-professionale ed il sistema universitario con la realtà industriale e produttiva dei vari settori al fine di potenziare la ricerca e di realizzare il progresso con il solo MERITO; in tal modo si porrebbe fine anche a discussioni su lauree di serie A e di serie B per locazione geografica o per altro, dato che il solo metro di giudizio sarebbe il merito. Non ci si dovrebbe dimenticare il ruolo fondamentale della ricerca, che può decretare il successo o l’insuccesso anche di scelte di politica economica, oltre che essere il motore del progresso scientifico e tecnologico di un paese. Solo rendendo efficiente il motore e quanto ad esso collegato, si ottiene un veicolo efficiente e competitivo. Ora che forse il pericolo di default dell’Italia è passato, occorre pensare alle cause che hanno portato alla crisi economica di una parte del mondo (Europa e Stati Uniti), altrimenti non se ne verrà più fuori. Occorre eliminare le cause che hanno prodotto il danno, togliendo dalla circolazione e vietando, una volta per tutte, le alchimie del mercato finanziario (titoli tossici, titoli scommessa ed ogni altra forma di artifizio finanziario che si discosta dalla realtà). Questo perché le sorti di uno Stato, seppur indebitato, ma ancora dotato di ricchezza e di beni, non devono essere determinate dallo speculatore di turno. Sarà il caso che l’Europa ripensi e ridefinisca le regole del mercato finanziario, oltre che tassarlo, piuttosto che cercare il placet degli speculatori finanziari e nello stesso tempo dare regole comuni di gestione economica degli stati dell’Unione. Sarà il caso, inoltre, che si pensi e si faccia in modo che siano i governi a controllare il mercato e non il contrario.